Fernand Braudel e la lunga storia della civiltà del capitale.

di Fabio Milazzo

[Pubblicato su Pandora-Rivista di teoria e politica l’11 Settembre 2017]

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«Ho la pretesa di spiegarvi il tempo presente,
al di là dei fatti contingenti e dei mutamenti della vita attuale».
Fernand Braudel, Storia, misura del mondo, 1997

 

La pubblicazione de La Méditerranée et le monde mediterranéen à l’époque de Philippe II, nel 1949, diede a Fernand Braudel immediata visibilità nel campo degli studi storiografici: un’opera immensa che rompeva con gli schemi tradizionali e si misurava con un oggetto apparentemente evanescente e difficilmente trattabile come un mare: il Mediterraneo. Braudel, prima della seconda guerra mondiale, aveva trascorso un periodo di lavoro in Algeria come insegnante e l’esperienza lo aveva segnato, allargando i suoi orizzonti e facendogli comprendere il nesso inscindibile tra la storia del continente africano e quella europea. Nel libro, che inizialmente doveva essere uno studio sulla politica estera mediterranea di Filippo II, si criticava proprio l’uso eccessivo della storia politica da parte degli storici e se ne prendevano le distanze; si analizzava la vita materiale dei contingenti spagnoli sbarcati dalle galee e si mostravano i nessi storici e politici tra le due sponde del Mediterraneo. In definitiva si delineava un metodo nuovo per superare in storiografia la dittatura del significante politico a favore dello studio della civiltà nella sua globalità: sociale, materiale, economica. Tale metodo sarebbe stato sviluppato dallo storico anche in seguito raggiungendo l’apice in una grande opera in tre volumi sulla civiltà del capitalismo: Civiltà materiale. Economia e capitalismo (secoli XV-XVIII), [3 voll., Einaudi, Torino 1981-1982]. Nello specifico i 3 libri sono: I, Le strutture del quotidiano [Torino, Einaudi, 1982]. II, I giochi dello scambio [Torino, Einaudi, 1981]. III, I tempi del mondo [Torino, Einaudi, 1982].

I tre volumi costituiscono un’opera unitaria sulla storia della civiltà capitalista, tra il tardo medioevo e la «Rivoluzione industriale», sviluppata secondo il metodo già messo in atto ne La Méditerranée et le monde méditerranéen à l’époque de Philippe II. Anche in questo caso viene delineata una struttura tripartita secondo cui al piano più basso si tratta la storia lentissima, quasi immobile della la civiltà materiale. Al piano intermedio vengono analizzate le strutture socio-istituzionali che si sviluppano secondo tempi molto lenti che coincidono con quelli dell’economia, con le sue regole, le sue leggi, la sua razionalità. Infine, al piano superiore, vengono descritti gli effetti di superficie del dispositivo capitalistico.

Il primo volume, Le strutture del quotidiano, è quello più celebre, anche in Italia, dove attualmente è l’unico in commercio. In esso vengono analizzati quattrocento anni di vita economica dal punto di vista delle strutture materiali. L’idea di Braudel è che su questo livello i mutamenti siano lentissimi, quasi impossibili da cogliere e riguardino tutte quelle attività che l’uomo ha svolto sempre secondo il medesimo catalogo: la semina, la navigazione, la caccia. Interessante notare che secondo Braudel i destini dell’Europa e della macro-area indo-cinese siano meno distanti e differenti rispetto alle descrizioni tendenti a separare i percorsi delle civiltà: in entrambe le zone si sarebbero succeduti un periodo di sviluppo nel corso del XVI secolo, uno di consolidamento nel XVIII secolo e un ulteriore periodo di espansione nel Settecento.  Braudel desume ciò facendo suo un punto di vista geo-storico che spiega i mutamenti attraverso l’intreccio costituito dai condizionamenti del territorio e dalle costrizioni materiali cui sono soggette le singole aree; secondo questa prospettiva l’Europa è un’area dal forte consumo di cereali ad alto costo in opposizione ad altre realtà, come quella americana caratterizzata invece dal consumo di mais che richiedeva meno sforzi e, quindi, garantiva maggiori libertà alle popolazioni contadine. L’intero percorso braudeliano, sia che interessi le modalità di vita delle genti, le necessità materiali, sia che analizzi i mezzi di sussistenza necessari per soddisfare i bisogni, si sviluppa attenzionando e storicizzando le esigenze dell’esistenza quotidiana che, spesso, sono le medesime sul lungo periodo: il modo di vestirsi, di abitare, di mangiare. Da qui ne deriva non tanto una semplice trattazione aneddotica, ma un punto di vista per spiegare la storia della vita materiale e le sue ricadute sulla civiltà capitalistica che, alla luce di ciò, si configura nei termini di una «costellazione di senso» attraverso la quale gli uomini hanno risposto a certe esigenze partendo da certe condizionamenti materiali. In particolare dallo studio dei dati disponibili Braudel presenta un’Europa che grazie allo sviluppo tecnologico riesce a produrre quantitativi di frumento e di altri cereali in grado di soddisfare le esigenze di una popolazione in crescita, favorita in ciò da un apporto calorico sempre più rilevante e, quindi, in grado di garantire migliori condizioni di vita. Questo a differenza di altre regioni in cui la scelta di colture diverse, come quella del riso in Oriente, ha prodotto configurazioni sociali e destini biopolitici differenti.

Nella descrizione di questa lunga storia della civiltà, colta dal punto di vista materiale, Braudel si muove con la grazia dell’equilibrista tra le secche della ricerca erudita e i pericoli ermeneutici delle analitiche sistematiche; riesce a fare storia partendo da oggetti d’uso quotidiano, come il tavolo o la sedia, che gli servono per spiegare i mutamenti e i condizionamenti cui è soggetta un’area geografica, le sue genti. Più che il fatto politico, l’avvenimento in sé, sono le risorse utilizzate per soddisfare le esigenze della vita quotidiana a configurare il volto di una certa società. Determinismo? E’ l’accusa che più spesso Braudel si è sentito rivolgere ma, secondo noi, è eccessiva perché se è vero che i singoli uomini non trovano grande spazio in quest’analisi è altrettanto innegabile il ruolo delle collettività che sono al contempo condizionati e condizioni del mutamento storico.

Il secondo volume della trilogia è «Les jeux de l’échange» che tratta della «vita economica» con i suoi sviluppi, le sue leggi, i luoghi fisici in cui avviene materialmente lo scambio: i mercati, le borse. Proprio analizzando i mercati, le fiere, Braudel mostra quanto questi spazi rappresentino una forma di globalizzazione in atto, fatta di scambi, incontri, viaggi: tutto un brulicare di movimenti che mettono in seria discussione la tesi più generale di una società statica, congelata intorno alle relazioni di villaggio. La narrazione si sviluppa presentando diverse realtà – mercati, botteghe, fiere- che vengono colte nel loro caotico svolgimento, tra mercanti, affaristi, compratori, intermediari, speculatori, agenti e cambiavalute. Tutta una serie di figure che rendono viva, partecipata, la descrizione di Braudel che anche in questo volume spazia tra descrizioni accurate che fiondano il lettore in epoche e realtà perdute e visioni d’insieme tendenti a spiegare il funzionamento dei mercati. Il dato analitico che emerge incidentalmente dalle descrizioni d’insieme riguarda la coesistenza di un’economia di mercato volta al progressivo accumulo di moneta e un’economia più primitiva, maggiormente legata alla esigenze di sussistenza e alla soddisfazione dei bisogni quotidiani. Altro dato che emerge nelle pagine braudeliane è il ruolo svolto da quegli attori e da quelle categorie sociali che con Geremek possiamo definire gli «emarginati», un insieme di individui e di gruppi che per le diverse società, volta per volta, rappresentano gli «infami»: protestanti, ebrei, musulmani, cristiani di lingua greca, armeni e minoranze varie. Il ruolo di questi gruppi è fondamentale poiché vengono loro delegati un insieme di funzioni che le diverse collettività per ragioni ideologiche o di convenienza non sono disposte a svolgere. La configurazione del mercato, il suo darsi storico, è così il risultato del profondo inter-relazionarsi di elementi rituali e religiosi, di esclusioni e di successive perimetrazioni in un gioco tanto importante per la configurazione delle identità collettive, quanto necessario per l’esercizio concreto delle attività economiche. Recentemente un lavoro di scavo analitico sull’importanza degli «infami» è stato svolto per l’Italia da Giacomo Todeschini che ha confermato un dato che Braudel ha lasciato emergere nel suo studio: il mercato è per definizione lo “spazio democratico” della “partecipazione assoluta”, quello che attrae e include la totalità della popolazione esistente. Le gerarchie, le esclusioni, le perimetrazioni, secondo tale assunto, sarebbero degenerazioni di contingenze perfettibili. Todeschini, braudelianamente, mostra come le differenze che impediscono di fatto a buona parte della popolazione di partecipare alle diverse forme di ricchezza prodotta dalle nazioni siano strutturali e non accidentali. Il mercato è una realtà che da sempre sanziona e stabilisce delle inclusioni e delle esclusioni, differenze e gerarchie, ciò permette il godimento della ricchezza solo ad un “resto” sempre in divenire, caratterizzato da un alto gradiente di “visibilità sociale”: la formazione del mercato mostra così la chiara intersezione tra il religioso e l’economico. Il brulicante universo dei mercati e delle fiere, con gli attori che nel medesimo spazio partecipano alle funzioni religiose e alla contabilità di fine giornata evidenzia proprio l’inscindibilità di piani che troppo spesso vengono trattati separatamente come se religioso, sociale, economico e simbolico non facessero parte del medesimo orizzonte sociale.

Nell’ultimo volume dell’opera, Les temps du monde, Braudel giunge alla superficie della storia, al piano volatile degli avvenimenti rilevanti che con il loro accadere sembrano marchiare gli scarti di cui è fatto il tempo storico. In questo caso ad essere attenzionato è il processo attraverso il quale il «capitalismo» si è affermato negli ultimi quattrocento anni segnando il successo dell’Europa industriale nei confronti delle altre civiltà ridotte a periferia di questo grande «Impero occidentale». Il tema del “perché” la Rivoluzione capitalista sia avvenuta in Europa – e in Nord America- sancendo la supremazia di questa macro-area geografica a danno del resto del mondo è un tema molto presente nelle ricerche di questi ultimi trent’anni che da Diamond a Geoffrey Parker, da Mirko Grmek a Daniel R. Headrick, da Jack Goldstone alla coppia Birdzell-Rosenberg hanno cercato di individuare le ragioni e le dinamiche del successo del modello occidentale in età Moderna. Il fenomeno ha raggiunto il suo acme negli ultimi 150 anni, con il pieno dispiegarsi della civiltà del capitale, basti pensare che nel 1800 il 35 per cento del territorio del pianeta è sotto controllo occidentale, nel 1914 lo è l’85 per cento. Dati che hanno sancito la divisione tra un centro, l’Occidente, e una periferia ridotta ad area di sfruttamento per le esigenze del primo. I velieri, le armi da fuoco, il vapore, il progresso medico, hanno assicurato il predominio occidentale e la sua ideologia, stabilendo di fatto una precisa «ragione al mondo». Il capitalismo si afferma come un’officina impegnata a riprodurre continuamente gli spazi del centro e della periferia, stabilendo perimetri e conseguenti esclusioni che successivamente vengono dissolti a favore di altre costellazioni-di-senso, di retoriche condivise, di narrazioni riconosciute. Le forme di vita del presente – quelle che chiamiamo le costellazioni-di-senso – si sono prodotte sulle macerie dei perimetri e delle esclusioni che hanno dato ordine alle epoche precedenti e che il capitalismo stesso attraverso la sua azione ha contribuito a ridefinire attraverso un moto di distruzione e successiva ri-creazione. Da qui non si deve dedurre che la lettura braudeliana ipostatizzi il «capitalismo» facendone una sorta di entità metafisica, sono tanti i capitalismi possibili, tutti in potenziale conflitto fra loro. E ogni capitalismo lotta, e storicamente ha sempre lottato, per imporre la propria costellazione-di-senso fatta di immagini, di simboli, di narrazioni.  Il piano di consistenza di questo capitalismo-in-divenire non è mai stabile, poiché è il risultato di logiche storiche: «L’economia ha avuto da dire la sua parola, del pari la politica, come pure la società, non meno della cultura e della civiltà. E anche la storia, che spesso decide, in ultima analisi i rapporti di forza»[1]. Braudel, dunque, nega che il capitalismo sia un modo di produzione metafisico che sorregge le sorti del mondo, evidenziando invece il carattere storico che lo contraddistingue, la lotta per l’affermazione di un modello a discapito di un altro possibile. Così i modelli che si susseguono, quello della Serenissima, quello genovese, quello olandese e quello inglese, rappresentano un sistema storico di capitalismi in lotta fra loro, che però condividono un orizzonte di senso che si riconosce nell’accumulo della moneta e nella sua riproduzione attraverso il capitale stesso.

In conclusione, questa di Braudel, è un’opera immensa che non teme di risultare eccessiva, totale e, quindi, quasi metafisica ma, come abbiamo visto, l’attenzione per il dettaglio, per il dato storico, per la contingenza nella sua materialità permette allo storico francese di avere sempre un punto di presa che per quanto labile gli consente di aggirare la critica onto-teologica che vede questo «capitale» come un orizzonte unico non travalicabile nella sua a-storicità.

 

 

[1] F.Braudel, I tempi del mondo, Einaudi, Torino 1979, pp. 404-405

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