Marc Bloch e la scienza del cambiamento

di Fabio Milazzo

[Pubblicato su Pandora – rivista di teoria e politica il 5 Marzo 2018]

bloch1

La storia è la scienza del cambiamento e,

sotto molti riguardi,

una scienza delle differenze.

Marc Bloch, Che cosa chiedere alla storia?

 

Il 29 Gennaio 1937, venticinque giorni dopo essere stato nominato professeur san chaire alla Sorbona, Marc Bloch pronuncia una conferenza, davanti ai membri del Centre polytechnicien d’études économiques: «Che cosa chiedere alla storia?». L’uditorio è costituito da esperti di economia, intellettuali e studiosi e Bloch pone una questione che possiamo ascrivere all’ambito della metastoria, cioè dei fattori che riguardano lo statuto stesso dell’operazione storiografica, le sue condizioni di possibilità e, dunque, la sua ontologia. Un interrogativo, il suo, che prende di mira le radici stesse del “fare storia”. A oltre ottant’anni di distanza, da quando la conferenza viene pronunciata, è questa una delle ragioni che rendono il testo così interessante e stimolante per la riflessione. «Cosa chiedere alla storia?» è insomma una domanda radicalmente filosofica – o di epistemologia storiografica – che punta dritta ai fondamenti dell’attività storiografica stessa, quelli che raramente vengono messi in discussione, o problematizzati, dallo storico nel corso delle sue ricerche e nella stesura dei suoi studi.

Bloch è consapevole di ciò e infatti nel testo non mancano i riferimenti a questioni fondamentali per la storia, come la natura del tempo[1], i fattori che lo contraddistinguono[2], l’analogia[3], il rapporto tra conoscenza ed esperienza[4]. La natura di un testo pensato per una conferenza, naturalmente, impedisce l’analisi approfondita delle singole questioni, ciò che però deve essere sottolineato è che Bloch ritiene tutti questi fattori importanti in ordine alla questione più generale del «che cosa chiedere alla storia». Non è infatti possibile per lo storico operare senza un’adeguata consapevolezza di cosa sia il tempo, di cosa identifichi un fatto importante e di cosa sia il cambiamento. Da tali elementi, dal loro chiarimento preliminare, discende quella consapevolezza metodologica che può far evitare alcune delle distorsioni più evidenti del discorso pubblico che si serve della storia. Un esempio di queste distorsioni è l’acquisizione nell’immaginario collettivo di una banalizzazione del celebre motto «historia magistra vitae», tratto da un passaggio più ampio contenuto nel De Oratore di Cicerone. «Certo – dice Bloch –, la storia ha le sue lezioni. Ma esse non consistono nel dire che questi fattori o quei fattori di ieri, che hanno generato questa o quella conseguenza, avranno oggi il medesimo esito. Bisogna dire, invece, che tali o talaltri fattori, un tempo, hanno portato a questo o quei risultati; se i fattori si sono modificati, anche le possibilità si modificano»[5]. Una rivendicazione del carattere assolutamente differenziale del tempo, questa di Bloch, che mette in discussione ogni ingenua pretesa di costruire teleologie nel presente, basate sulla ricostruzione del passato. D’altra parte, prosegue sempre Bloch, «noi sappiamo che i fattori dominanti della vita sociale sono in continua evoluzione»[6], come è allora possibile, alla luce di ciò, escludere queste differenze e pensare di dedurre dal passato lo sviluppo del presente in un futuro già determinato? Semplicemente non è possibile. E infatti la storia qui tratteggiata smette di essere quel rassicurante deposito di verità da adattare e strumentalizzare per i fini più diversi, e acquisisce lo statuto, molto meno confortante, di scienza delle differenze: «la storia è la scienza del cambiamento e, sotto molti riguardi, una scienza delle differenze»[7].

E il cambiamento e le differenze sono due elementi che lo storico deve sempre tenere presente nel suo lavoro, secondo lo storico francese. Infatti è sempre concreto il rischio di ricalcare il presente sul passato e, per converso, di fare del passato una proiezione del presente. In questo senso quello di storico è un mestiere che molto si avvicina all’investigatore, ma anche allo psicoanalista. Infatti, dovendosi destreggiare tra indizi – Lacan direbbe tra i significanti –, egli cerca di ricostruire una storia o, per meglio dire, di tessere una trama di senso intorno a un vuoto, in cui sono andati definitivamente smarriti tanto la verità, quanto il suo tempo. Da ciò ne consegue che la ricerca storica è un tentativo, incerto e parziale, di riportare in vita la verità di un evento, al di fuori del tempo in cui è accaduta.  Eppure, come ovvio, niente potrà mai garantire al ricercatore di aver, alla fine del processo di scrittura, riportato alla luce la contingenza assoluta costituita da questi tre elementi – la verità, l’accaduto, il suo tempo –. Così la sua opera non può che configurarsi come parziale e precaria, sempre soggetta a revisione. Lo esprime bene Marc Bloch quando dice che lo stesso “presente”, il tempo che più crediamo essere a nostra disposizione, altro non è che «un punto minuscolo nella durata, un istante che sparisce nel momento in cui nasce»[8].  Sparisce, dice Bloch, e non “si nasconde”, a voler chiarire inequivocabilmente come ogni istante, una volta sprofondato nel passato, non possa più tornare indietro: «appena ho parlato, le mie parole già sprofondano nel passato»[9]. La scrittura della storia è dunque una procedura che tende all’approssimazione di un evento sparito per sempre, le cui tracce devono essere organizzate in una trama di senso per acquisire una rinnovata visibilità. Ciò denota questa operazione come alternativa tanto al realismo ingenuo, che pretende di trarre significati univoci da elementi superstiti, quanto all’arbitrarietà delle interpretazioni libere, che eludono il confronto con i dati. In questa senso è una pratica narrativa, basata su un metodo specifico che fa del confronto interpretativo con le fonti la sua ragion d’essere. In questo senso è un’opera illimitata e dunque soggetta a revisione continua.

Da quanto detto bisogna allora dedurre che la storia sia inutile? Che la sue pretese conoscitive siano in ultima istanza impossibili? Naturalmente non è così. Infatti – dice sempre Bloch – «se la storia, come strumento di conoscenza, spesso è stata screditata, è perché sovente è stato chiesto a essa quanto per definizione non poteva né doveva dare»[10]. E cos’è che non poteva dare? Bloch lo indica trasversalmente attraverso un’espressione che compare per la prima volta nel testo della conferenza nel terzo paragrafo: «toutes choses égales d’ailleurs». Con essa vuole intendere il modificarsi dei fattori da un’epoca all’altra e quindi sottolineare la natura differenziale del tempo. Ciò significa che fattori diversi, da un’epoca all’altra, producono effetti diversi. Alla luce di questo, ciò che alla storia non può essere chiesto è di fornire la trama per interpretare il presente. Se i fattori cambiano, anche le vicende non possono che risultare diverse. L’obiettivo polemico di questo discorso sono dunque le equivalenze indebite, ciò che Bloch definisce il «delitto di lesa esperienza e di lesa storia»[11] e che sovente inquina il rapporto tra il presente e la storia. «Rimestare il lontano passato per trovarvi principi di azione o la giustificazione per le azioni del presente»[12] è quindi non soltanto metodologicamente sbagliato, ma soprattutto effetto di una richiesta impossibile – questa sì – fatta alla storia e, perciò, destinata al fallimento.

Queste sollecitazioni sono particolarmente utili in un’epoca che ha fatto dell’abuso pubblico della storia una delle sue cifre simboliche. Si lanciano progetti politici, si spiegano fenomeni sociali complessi, si individuano principi d’azione[13], sulla base di malferme analogie con un passato ricostruito a proprio uso e consumo. Eppure, come sa lo storico educato alla lettura di Marc Bloch, ciò che veramente contraddistingue lo scorrere del tempo è il cambiamento, «perciò può essere che la lezione più importante del passato consista nel suggerirci un avvenire molto differente dal passato e nel permetterci di intravedere quelle che all’incirca saranno le differenze»[14]. In questo senso la sua lezione è un invito ad evitare i rischi e le distorsioni prospettiche prodotte dalle «false analogie»[15], quelle che, secondo Michel Foucault, spingono a «riunire a forza numerose differenze, facendo loro violenza per imporre l’analogia di una somiglianza»[16].

Un lascito metodologico fondamentale, dunque, che Marc Bloch non ha potuto sviluppare, né concludere. Anche alla luce di ciò ancora più significative appaiono le parole appena citate di Michel Foucault che, in una lezione su Nietzsche di 34 anni dopo, sembra proprio voler idealmente portare avanti il discorso interrotto dallo storico francese, a causa del destino, troppo presto.

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[1] Il testo della conferenza a cui ci riferiamo è quello edito da Castelvecchi e curato da Grado Giovanni Merlo e Francesco Mores. M.Bloch, Che cosa chiedere alla storia?, a cura di Grado G.Merlo e F.Mores, Castelvecchi 2014, pp.51 e segg.

[2] Ivi, p.50.

[3] Ivi, p.47.

[4] Ivi, p.44.

[5] Ivi, p.50.

[6] Ibidem.

[7] Ibidem.

[8] Ivi, p.41.

[9] Ibidem.

[10] Ivi, p.43.

[11] Ivi, p.47.

[12] Ibidem.

[13] Ibidem.

[14] Ivi, p.46.

[15] Ivi, p.47.

[16] Cfr. M.Foucault, Lecons sur la volonté de savoir. Cours al Collège de France 1970-1971, Gallimard Seuil, Paris 2011, p. 203 [trad. a cura dello scrivente]

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