Essere giusti con Lacan.

[La prefazione scritta da Antonio Lucci a Senso e Godimento. La follisofia di Jacques Lacan, Galaad edizioni, Giulianova 2017, pagg. 464.]

di Antonio Lucci

copSeG (2)

 «Che si dica resta dimenticato dietro ciò che si dice in ciò che si intende»[1].

Tutto il testo che il lettore si appresta a cominciare potrebbe essere descritto come una gigantomachia intorno al centro vuoto[2] che Fabio Milazzo disegna attorno a queste criptiche parole riportate da Jacques Lacan in uno dei suoi testi più complessi, L’Étourdit.

Il centro è vuoto perché Milazzo non commenta mai questa frase de Lo Stordito, ma è come se la tenesse costantemente presente al centro delle proprie riflessioni, girandoci vorticosamente attorno, girando attorno al (pas de) sense che esse tracciano. Non a caso, proprio a Lo Stordito è dedicato il paragrafo finale del presente testo.

Questo senso, il senso della riflessione lacaniana, mi sia permessa una coupure, può essere così espresso: Lacan è un pensatore della disperazione nei confronti del linguaggio.

Uno dei grandi, fallimentari, “personaggi” filosofici del Novecento (nella cui schiera vanno annoverati, quanto meno, Martin Heidegger, Ludwig Wittgenstein e – più recentemente – Peter Sloterdijk), che hanno cercato di pensare il limite delle possibilità linguistico-espressive: che si dica resta dimenticato dietro ciò che si dice.

Sul piano dell’intelletto quotidiano il livello dell’espressione linguistica è quello predominante: anneghiamo nel significato, nei significati, costantemente, sia nella vita di tutti i giorni, che quando “facciamo scienza”.

Dimenticando, però, il fatto banale, concreto, brutale del che si dica. Un corpo – il mio corpo – dice, è sempre un corpo che vomita linguaggio, che cerca di raggiungere, al di là delle proprie barriere fisiche, l’altro, l’Altro. La voce, il grido, il sussurro, il singhiozzo, il pianto, che sono dietro ciò che si dice restano, però, dimenticati.

Fabio Milazzo restituisce – e questo è solo uno dei pregi del libro – questa dimensione tragica del corporeo che sta dietro la catena significante, e lo fa affiancando a Lacan, nella sua gigantomachia, una serie di protagonisti che rendono lo studio che segue del tutto peculiare: Gilles Deleuze, Slavoj Žižek, André Green sono solo alcuni di coloro che accompagneranno il lettore nel suo cammino.

 

Questo non è, infatti, principalmente un libro su Lacan, ma un libro con Lacan. È un libro scritto dalla prospettiva di Lacan, una prospettiva che ha sempre mirato – coscientemente – a sfuggire alle angustie del detto, al fine della impossibile ricostruzione delle fonti del dire. Per questo non può essere (solo) uno studio monografico su un autore, ma deve necessariamente ripetere – mimare e affiancare – la lotta impossibile che Lacan intraprese con i confini dell’espressione, e con quelli della descrizione dell’animale umano, dell’animale (ridens) ammalato di linguaggio.

Va dunque tenuta presente una duplice prospettiva nella lettura del testo: quella che qui trova espressione è una riflessione a tutto tondo sulle strutture dello psichico, sulla funzione del linguaggio, sull’essenza del trauma, che utilizza Lacan come strumento fondamentale, ma anche e soprattutto come sparring partner. E sul ring del confronto dialettico, dipanantesi come le spire di un nastro di Möbius, si articolano i capitoli del libro in un confronto critico con Lacan. Con Lacan, ma anche contro Lacan, laddove necessario. Ad ogni modo, a partire da Lacan, dai suoi metodi, canoni, lessici, testi, per trovare una via d’accesso ai temi più complessi che la sua psicoanalisi ha trattato: lo stadio dello specchio, l’inconscio simbolico, das Ding, Lalingua, per nominare solo i concetti che – fin dal titolo – innervano i capitoli del testo di Milazzo. Il lettore che non sia un esperto di Lacan, solo nel leggere questi lemmi si porrà, grossomodo, le stesse questioni che il lettore che abbia una certa familiarità con i testi di Lacan si trova a ripetere ogni volta: “Cosa significano questi concetti creati ex-novo? Perché c’è bisogno di parlare di ‘Lalingua’ e non è sufficiente parlare de ‘la lingua’? Dove è possibile trovare una definizione univoca di ‘Reale’? Perché Lacan gioca così tanto con le parole, senza dare alcuna definizione?”

Il libro di Milazzo, uno dei pochissimi nel panorama nazionale, per lo meno di quello noto a chi scrive, si cimenta in una risposta a queste domande. Infatti, una delle prime cose che immediatamente saltano all’occhio, nel lavoro in questione, è il coraggio con cui le tematiche più spinose e più complesse dell’opera lacaniana vengono prese in carico: i temi principali di Lacan vengono affrontati in maniera diretta, senza indulgere ai “lacanismi”, ma con una vis interlocutoria, quasi, ci spingiamo a dire, “pedagogica”. Lacan viene spiegato, “aperto”, mostrato nel funzionamento del suo stesso modus operandi, tramite quel peculiare strumento teoretico che l’Autore chiama “follisofia”, termine che innerva tutto il libro ed a cui è dedicata l’appendice finale.

La follisofia, una filosofia mescolata profondamente con la follia, a tal punto da non potersene più partire, è il metodo che permette a Milazzo di spiegare Lacan senza volerlo ridurre a un oggetto della catena significante, cosa che significherebbe mancare radicalmente la sua comprensione.

I giochi di parole succitati, infatti, come spiega anche Milazzo nell’ultimo, denso, capitolo del suo testo, sono il proprium metodologico di Lacan, ciò che lo distingue dai filosofi e al contempo dagli altri psicoanalisti. Lacan mette a nudo, con la sua ironia, con la sua messa in scena delle possibilità combinatorie che i significanti offrono, il rovescio osceno del linguaggio: ossia il fatto che il linguaggio, il significante, non significa niente. Ma non solo: neanche il significato significa niente.

Esistono solo pezzi staccati, frammenti di comunicazione asignificanti che trovano una costellazione organica solo attraverso uno sguardo retrospettivo – Nachträglichkeit e après-coup – che vuole trovare un tutto unitario laddove, invece, c’è solo una sostanza godente.

Esiste solo il dire, l’atto ridicolo con cui il soggetto si pone sul palcoscenico linguistico, canticchiando (il “lala” della “lalingua”), balbettando, laddove egli pensa di produrre senso: per questo Lacan distrugge le parole, è infedele ai concetti, non definisce i termini, non è rigoroso nelle conseguenze logiche delle sue asserzioni.

Perché le parole, i concetti, la logica e la concatenazione delle asserzioni appartengono a un ordine significante, il quale pretende che vi sia un senso dietro al linguaggio, laddove invece Lacan vede solo la massa informe e acefala del godimento.

Per questo Milazzo parla, giustamente, di “godi-senso”, e per questo, in un paragrafo estremamente significativo dell’appendice, egli si produce in quello che forse è l’accostamento più suggestivo di tutto il testo: quello tra Lacan e Foucault, che idealmente, riannoda le conclusioni del libro al suo esordio.

Se, infatti, come spesso accade nelle monografie dedicate allo psicoanalista francese, Milazzo iniziava con il “personaggio” Lacan, in conclusione del suo libro diventa chiaro come questo esordio non sia affatto un indulgere al biografismo.

Lacan, con i suoi eccessi (dall’inseparabile tirapugni al sigaro ritorto, dall’immancabile papillon all’ironia a tutti i costi, sempre e ovunque) si pone sulla scena perché incarna la sua idea di assenza di verità, di assenza di ordine del significato.

Come l’ultimo Foucault, quello delle “tecnologie del sé” e degli ultimi corsi al Collège de France, ha cercato di mostrare con costante riferimento al mondo antico, la verità si attua sempre come pratica di soggettivazione – legata a una serie di condotte, pratiche ed esercizi individuali – ed il soggetto non è mai un dato, ma sempre un risultato: il risultato della lotta che le pratiche individuali mettono in atto con i regimi di potere, sapere e verità dati. Lacan ha incarnato, con la sua figura eccessiva, una modalità di essere-la-verità: una verità non-assertiva perché non-linguistica, non-concettuale, una verità ironica, tutta-superficie, ma la superficie bi-univoca del nastro di Möbius.

Una verità che si fa, tramite il processo analitico, rinunciando alla serietà che la visione del mondo filosofica porta con sé, ma pure disimpegnandosi dalla necessità di pensare che vi sia un “fuori” delle pratiche discorsive, un fuori-linguaggio.

Il gustoso aneddoto riportato da Milazzo, che vale la pena citare, esemplifica questa impossibilità di essere-fuori:

«In tale ottica dobbiamo situare il noto episodio che ha visto coinvolto Lacan  a Vincennes nel 1969, quando durante una lezione del suo seminario venne provocatoriamente invitato da uno studente ad uscire in strada e a far seguire i fatti alle tante parole: “Se pensiamo che è ascoltando il discorso di Lacan, di Foucault o di un altro che avremo i mezzi per criticare l’ideologia che ci fanno ingoiare, ci sbagliamo di grosso. Io [lo studente, N.d.A.] sostengo che è fuori che bisogna andare a cercare i mezzi per buttare all’aria l’Università[3]. Alla provocazione Lacan risponde con il solito stile canzonatorio: “Ma fuori di cosa? Perché quando uscite di qui, diventate afasici? Quando uscite, continuate a parlare, di conseguenza continuate a essere dentro”» (Infra, p. 412).

Un fuori-linguaggio non c’è, ma quel linguaggio non è un senso, è un godi-senso, che trova significato solo nello stile individuale, nella propria forma-di-vita.

 

[1] J. Lacan, Lo stordito, in Id., Altri Scritti, trad. it. a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2013, p. 445.

[2] Il riferimento è qui, chiaramente, a Giorgio Agamben: G. Agamben, Stato d’eccezione. Homo sacer, II.1, Torino, Bollati Boringhieri, 20122, (2003), pp. 68-83.

[3] Cfr. J. Lacan, Il Seminario. Libro XVII, Il rovescio della psicoanalisi (1969-1970), trad. it. a cura di A. Di Ciaccia, Einaudi, Torino 2001, p.257.

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